La inaudita violenza su Willy, omicidio preterintenzionale o volontario?

Il terribile omicidio di Willy Monteiro Duarte: riflessioni sul discrimen esistente tra il reato di omicidio volontario (art. 575 c.p.)  e di omicidio preterintenzionale (art. 584 c.p.); brevi cenni sul reato di rissa (588 c.p.).

Il testo integrale dell’Ordinanza di convalido dell’arresto degli indagati.

Colleferro (RM), una cittadina di 21261 abitanti, non molto distante dai castelli romani, nella notte tra il 5 e il 6 settembre è stata macchiata da tanto sangue e dolore. Un 21enne, Willy Monteiro Duarte è morto a seguito di un violento pestaggio. Il ragazzo, intervenuto per difendere un ex compagno di scuola, sarebbe stato ucciso a calci e pugni dai fratelli Marco e Gabriele Bianchi e da Mario Pincarelli e Francesco Belleggia.

Un fatto che ha scosso il paese e ci pone di fronte a importanti interrogativi su come sta evolvendo la nostra società, sul clima di odio e violenza sempre più presente anche fra i giovani e, infine, sulle enormi responsabilità di una politica che, incapace di dare risposte concrete alla povertà educativa e alla emarginazione sociale e culturale, si rivolge allo stomaco dei cittadini, più che alla testa e al cuore, alimentando il clima di tensione e intolleranza.

Si pongono poi con riguardo al delitto in questione importanti riflessioni sulla giusta pena che andrà applicata ai responsabili, che ci si augura possa essere certa e severa, capace di assolvere alla duplice funzione rieducativa e retributiva.

Il “povero” ventunenne Willy sarebbe morto nel tragitto tra il luogo dell’aggressione e l’ospedale, a causa delle ferite riportate per l’aggressione subita. Le indagini, per accertare posizioni e responsabilità individuali sono, come è ovvio, ancora in corso. Sino a questo momento, il reato attribuito dall’accusa agli indagati, è quello di c.d. omicidio preterintenzionale. In particolare, la fattispecie di reato de quo, è prevista dall’articolo 584 in forza del quale  “chiunque, con atti diretti a commettere uno dei delitti preveduti dagli articoli 581 e 582, cagiona la morte di un uomo, è punito con la reclusione da dieci a diciotto anni del codice penale. Tale reato, collocato nel libro secondo del codice penale, titolo XII “dei delitti contro la persona” punisce il soggetto agente quando “da un fatto preveduto come delitto doloso (43 c.p.) deriva, quale conseguenza non voluta dal colpevole, la morte o la lesione (586 c.p.) di una persona”, in una ipotesi, però, specificamente regolamentata, in quanto l’evento morte è conseguente alla commissione del delitto di percosse e/o lesioni personali che, in questo caso, gli indagati avrebbero posto in essere sulla vittima.

Tale incriminazione prevede un trattamento sanzionatorio di gran lunga meno severo rispetto all’omicidio volontario (575 c.p.) e delinea, per intenderci, l’ipotesi di coloro i quali “volevano aggredire/ledere/percuotere ma non uccidere” .

Al fine di individuare il discrimen tra i due reati è intervenuta la Suprema Corte di Cassazione che ha delineato i paletti, utilizzati dai giudicanti e anche dalle difese, quale cartina di tornasole, per discernere le due fattispecie di reato.

Il criterio distintivo delineato dalla giurisprudenza (vedi Cass. n° 14647/2014) risiede nel fatto che nell’omicidio preterintenzionale la volontà dell’agente esclude ogni previsione dell’evento morte, mentre nell’omicidio volontario la volontà dell’agente è costituita dall’“animus necandi”, ossia dal dolo intenzionale, nelle gradazioni del dolo diretto o eventuale, il cui accertamento è rimesso alla valutazione rigorosa di elementi oggettivi desunti dalle concrete modalità della condotta.

Analiticamente e più in particolare, la prima figura criminosa citata si fonda sui seguenti elementi costitutivi: a) una condotta volta a ledere/percuotere; b) l’evento morte; c) il nesso causale tra la condotta dell’agente e l’esiziale evento; d) l’assenza di previsione dell’esito mortale e (dunque) l’insussistenza del fattore volitivo rispetto ad esso.

La seconda figura criminosa si regge – al contrario – sul c.d. “animus necandi”, vale a dire sulla volontà di uccidere la vittima (che accompagna necessariamente la rappresentazione dell’evento morte), da ricostruire mediante l’attenta lettura delle circostanze obiettive che caratterizzano il contesto in cui ha avuto luogo l’illecito (es. la violenza della condotta, la sua reiterazione, le zone vitali del corpo attinte dalla vis che l’agente pone in essere).

Il nucleo problematico della questione consiste nell’essere la produzione dell’evento morte generalmente connessa ad una condotta ex se idonea a generare lesioni o percosse: in altri termini, naturalisticamente la morte discende proprio dalle attività di ledere e percuotere (la pugnalata alla zona vitale in primo luogo lede; il colpo “secco” alla testa con corpo contundente in primo luogo percuote), che si atteggiano come ordinarie condotte strumentali al raggiungimento dell’evento più grave.

A ciò consegue che l’analisi ermeneutica dovrà tendere verso il rinvenimento (o, al contrario, verso l’esclusione) della previsione dell’evento “morte”. In altri termini, è fondamentale verificare se, in base alle circostanze fattuali inerenti alla condotta, possa asserirsi che l’agente abbia previsto l’evento morte.

Nel caso in cui l’agente abbia previsto la morte della vittima e pertanto una volta accertata l’avvenuta previsione dell’evento, il grado del dolo avente ad oggetto quest’ultimo si configura, generalmente, come dolo “diretto” o come dolo “eventuale”, a seconda della rappresentazione in termini di certezza (dolo diretto) o di probabilità (dolo eventuale) della finalità.

Più precisamente si ha dolo diretto quando l’evento rappresenta un esito accessorio-collaterale rispetto al fine principale dell’autore, ma questi si rappresenta tale esito con alta probabilità o con probabilità confinante con la certezza ed innesta su di esso il profilo volitivo; si ha dolo eventuale quando, l’agente si rappresenta la probabilità-possibilità che l’evento consegua alla propria condotta e, accettando il rischio che esso si verifichi, agisce a costo di cagionarlo subordinando – in un giudizio di bilanciamento – il fine principale proprio al bene giuridico altrui poi risultato leso.

Appare ovvio evidenziare che ai canoni ermeneutici appena evidenziati dovrà affiancarsi l’attenta lettura delle circostanze probatorie emerse durante il giudizio.
A ben vedere, da quanto sinora esposto, si desume che al fine di  discernere i due reati va indagato l’elemento volitivo, il coefficiente psichico del soggetto agente. A questo punto sembra doveroso e logico chiedersi: qual è la dose spazio-numerico-temporale di percosse accettabili per non far scattare l’accusa (e di conseguenza la potenziale condanna) di omicidio volontario e quali e quante sono tali da far invece esorbitare il limite e pertanto configurare quell’animus necandi in capo al soggetto agente?

Siamo così certi, che gli aggressori, mentre Willy era chino, inerme,  disteso a terra e continuavano imperterriti a percuoterlo, non avevano l’intenzione di ucciderlo? Siamo sicuri che non si siano neppure rappresentati e assunti il rischio che l’evento poteva verificarsi?

Le indagini sono in corso e ci sarà un processo volto accertare posizioni, fatti e responsabilità. Al momento le cronache di questi giorni ci raccontano di Willy, che ha diviso i litiganti e che uno dei due ha chiamato il resto della gang. Si parla di Suv nero sbucato dal nulla e che i tre occupanti, insieme al quarto ragazzo già sul posto hanno iniziato a pestare Monteiro Duarte. Ma il 21enne non è riuscito a scappare e su di lui si è abbattuta la follia del gruppo per lunghi 20 minuti. Finché non ha smesso di respirare.

Certo è che qualora l’accusa continuasse a sostenere la linea del reato di cui all’articolo 584 del codice penale, dovrà essere provato, oltre ogni ragionevole dubbio, l’esistenza di una condotta dei soggetti agenti diretta a commettere soltanto il delitto di percosse e/o di lesioni.  Dovranno provare l’indice della inesistente volontà omicidiaria.

Brevi cenni sul reato di rissa di cui all’articolo 588 c.p.

Dagli elementi finora appresi dalla cronaca, sembrerebbero esclusi i presupposti del reato di rissa, previsto dall’articolo 588 c.p, il quale il bene giuridico tutelato dalla fattispecie incriminatrice in esame è l’incolumità fisica, la vita e, indirettamente, l’ordine pubblico.

Infatti, anche sulla scorta degli arresti giurisprudenziali, per la configurazione del reato di rissa è necessario che, nella violenta contesa, vi siano gruppi contrapposti, con volontà vicendevole di attentare all’altrui incolumità personale (Cass n. 54227/2017).

Occorre che i contendenti siano animati dal reciproco intento di aggredirsi. Rileva pertanto la reciproca azione aggressiva esercitata da gruppi contrapposti al fine di sopraffarsi a vicenda.

A margine di questa riflessione giuridica che nasce dai dati fattuali sino ad oggi a disposizione, il pensiero non può non andare oltre a Willy Monteiro Duarte, anche ad Emanuele Morganti, a Stefano Cucchi, ad Aldo Naro, a Federico Aldrovanti (e altri), tutti accomunati da un atroce destino: uccisi a botte, da un’accecante e davvero becera banalità del male.

(Mi cercarono l’anima a forza di botte. F. De Andrè, un blasfemo)

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